Sul tavolo di un vecchio sarto, viveva un piccolo ditale.
Quel tavolo era la sua dolce casa; gli piaceva stare lì, anche se la forbice, l’ago e il filo lo trattavano male.
“Senza di me il vestito non sarebbe ben tagliato”, diceva la forbice.
“Senza di noi il vestito non sarebbe ben cucito”, ripetevano in coro l’ago e il filo.
“Siamo noi che aiutiamo il sarto a tagliare e cucire il vestito. Tu gli servi solo per non pungersi il dito”.
Il ditale non sapeva che cosa rispondere.
Proteggere il dito del sarto gli sembrava una cosa gentile da fare e a essere gentili, si ripeteva, non si sbaglia mai.
Un giorno, un camion passò molto veloce sulla strada.
Nella bottega tutto tremò, il ditale rotolò, cascò dal tavolo, ruzzolò sul pavimento, fuori dalla porta, fuori dalla città e rotola e ruzzola, ruzzola e rotola arrivò molto lontano, così lontano da non trovare più la strada di casa.
“E adesso come faccio a ritornare?” disse e si guardò intorno.
“Mi pare d’essere arrivato proprio di là”, aggiunse e con coraggio riprese a rotolare.
Rotola e ruzzola, ruzzola e rotola incontrò un omino che tremava di paura.
“Perché hai paura?”, chiese il piccolo ditale.
“Non trovo più il mio cappello”, rispose l’omino. “Ahimè, sono spacciato”, aggiunse e si mise a piangere.
“Se vuoi, sarò io il tuo cappello”, disse il ditale e con un salto, una giravolta e un oplà si sistemò sulla testa dell’omino.
“Grazie mille e ancor di più!” disse l’omino e raccontò che per legge suprema del Re del suo paese, ogni abitante doveva avere un cappello per sventolarlo e salutare sua maestà.
“E a chi non obbedisce”, disse, “la testa in uno zac sparisce!”
Ed ecco che uno squillar di trombe e cento rulli di tamburi annunciarono l’arrivo del corteo reale.
Tutti gli abitanti del paese si riversarono in strada, tutti con il cappello ben calcato sulla testa.
Al passaggio del re tutti si prodigarono in cerimoniosi inchini e grandi levate di cappello e anche l’omino si inchinò e si tolse il suo cappello di fortuna.
Il ditale era molto soddisfatto di aver salvato la testa sulla quale stava posato.
E lì restò per molti giorni e mesi finché l’omino non ritrovò il suo cappello perduto.
“Allora adesso me ne posso andare”, disse il piccolo ditale.
L’omino lo ringraziò e lo salutò alla maniera in cui si salutavano i cappelli al suo paese: lo lanciò verso il cielo!
Il ditale volò, volò, volò e quando arrivò quasi a toccare le nuvole, precipitò.
“Speriamo di non farmi troppo male”, disse e fu accontentato perché atterrò sulle morbide ali di una farfalla che proprio in quel momento passava per di là.
La farfalla, però, invece di svolazzare in linea retta e fare magnifici volteggi e ghirigori, procedeva a saltelli e a scatti come un grillo ubriaco.
“Scusami, ma ho il singhiozzo”, disse la farfalla. “Se solo potessi bere una goccia d’acqua”.
“Se vuoi, sarò io il tuo bicchiere”, disse il ditale e con un salto, una giravolta e un oplà si mise a testa in giù.
Per molti giorni, volarono a singhiozzi, scatti e saltelli e quando finalmente piovve, la farfalla bevve tutto d’un fiato la pioggia fresca raccolta dal ditale.
“Evviva!” disse la farfalla. “Il singhiozzo è passato”.
“Allora adesso me ne posso andare”, disse il piccolo ditale e dopo tutto quel bizzarro volare fu contento di rimettersi a rotolare.
Rotola e ruzzola, ruzzola e rotola, arrivò ai piedi di un’alta montagna. Lì c’era un vecchio che scuoteva la testa, disperato.
Stringeva nella mano un pugno di terra ma le sue dita erano stanche e la terra scivolava via.
“Se solo avessi un posto dove poterla raccogliere”, disse il vecchio.
“Se vuoi, posso essere io il tuo vaso”, disse il ditale e con un salto, una giravolta e un oplà si mise di nuovo a testa in giù.
Il vecchio posò la terra dentro il piccolo ditale e nella terra nascose un piccolo seme.
Era così felice che pianse lacrime di gioia e con esse annaffiò la terra e il seme.
Il vecchio camminò per giorni e mesi col ditale stretto nella mano e quando finalmente arrivò nel suo paese, dalla terra che il piccolo ditale custodiva faceva capolino un germoglio che il vecchio piantò nel suo giardino.
“Allora adesso me ne posso andare”, disse il ditale e si rimise in viaggio.
Rotola e ruzzola, ruzzola e rotola, arrivò fino al mare.
Le onde facevano un rumore che assomigliava al fruscio della stoffa leggera.
Il piccolo ditale sentì una grande malinconia.
“Come vorrei essere a casa mia”, disse.
Una lucciola uscì dal buio e senza chiedere il permesso si infilò sotto il ditale.

La sua luce riscaldò il suo triste cuore.
“Dove sta la tua casa?” chiese la lucciola e il ditale raccontò della bottega piena di stoffe e del vecchio sarto e del tavolo di legno tutto graffiato e anche della forbice e dell’ago col suo filo sempre attaccato.
La lucciola cominciò a danzare, spruzzò il cielo di scintille e disse: “Seguile e troverai casa tua”.
Il piccolo ditale rotolò e ruzzolò, ruzzolò e rotolò per tutta la notte e finalmente ritornò a casa.
Il sole non era ancora spuntato. Il sarto dormiva su una sedia.
“Sembra molto stanco”, sussurrò il piccolo ditale e con un salto, una giravolta e un oplà si posò sul dito del sarto.
Sul tavolo giaceva, mezzo tagliato e mezzo cucito, un vestito non ancora finito.
Il sarto si svegliò, vide il piccolo ditale e gridò:
“Eccoti ritrovato! Grazie a te riuscirò a finire il vestito”.
Anche la forbice, l’ago e il filo si svegliarono e fecero un gran fracasso.
“Che cosa dici, vecchio?” urlarono arrabbiati in coro.
“È solo grazie a me se il vestito è ben tagliato”, strillò offesa la forbice.
“È solo grazie a noi se il vestito è ben cucito”, gridarono seccati l’ago e il filo.
“Lui non serve al vestito! Serve solo al tuo dito!”
“È vero”, rispose il sarto. “Ma grazie al piccolo ditale, così gentile col mio dito, il mio lavoro è più leggero”.
E dimenticando la stanchezza, afferrò la forbice e in un lampo finì di tagliare; poi afferrò l’ago e il filo e in un battibaleno finì di cucire.
E adesso direte: tutto qua? Neanche per sogno! Sentite cosa accadde.
Verso la fine del mattino, il principino entrò nella bottega per provarsi il vestito.
“Bello, bellissimo!” gridò e decise di dare una grande festa. Furono invitati tutti i re e le regine e gli abitanti di tutti i regni vicini e lontani.
A tutti il principino si mostrava nel suo bel vestito elegante e tutti gli facevano i complimenti, battevano le mani e spalancavano la bocca in sonori ‘oh’ di meraviglia.
A ogni complimento, la forbice apriva le sue lame e faceva la ruota proprio come un pavone.
A ogni batter di mani e ‘oh’ di meraviglia, l’ago e il filo si gonfiavano d’orgoglio e l’uno scintillava come una medaglia al valore e l’altro sventolava fiero come la coda di una coccarda.
Il piccolo ditale non ci badava un granché. Lui era felice di starsene tranquillo sul dito del sarto.
Un omino si fece largo tra la folla, indicò il piccolo ditale e corse a salutarlo.
“Eccoti, finalmente!” gridò e raccontò a tutti i presenti di come la gentilezza di quel piccolo ditale gli avesse salvato la testa.
“Ehi, psss…Lo sai che adesso sei senza cappello, vero?” sussurrò preoccupato il ditale.
L’omino spalancò gli occhi.
“Allora non lo sai!” disse e continuò a raccontare.
“Dopo che sei andato via, ho incontrato molti altri che come me tremavano al solo pensiero di perdere il cappello. Ci siamo guardati bene negli occhi e abbiamo deciso che eravamo stufi di vivere nella paura, così siamo andati tutti insieme al castello e abbiamo gettato in faccia al Re i nostri cappelli. Lui per la gran fifa ha dato le dimissioni e è fuggito via! Da allora non ci inchiniamo più e siamo liberi di portare o non portare il cappello. Io il mio l’ho fatto volare in aria molto tempo fa e pensa un po’: ancora non è tornato!”
Dalla folla uscì una farfalla seguita da tante farfalline colorate.
Anche lei raccontò a tutti i presenti della gran gentilezza di quel piccolo ditale.
“Ti ho solo fatto passare il singhiozzo”, disse il ditale.
La farfalla sbatté sorpresa le ali.
“Allora non lo sai!” disse e raccontò:
“Il singhiozzo mi impediva di volare verso casa. Grazie a te sono riuscita a tornare in tempo per assistere i miei piccoli mentre uscivano dal bozzolo”.
Le piccole farfalle svolazzarono intorno al piccolo ditale.
“Grazie”, dissero in coro e al piccolo ditale scappò una risata perché quel frullar di alucce gli faceva il solletico.
Si avvicinò un vecchio e raccontò a tutti i presenti di come la gentilezza del ditale avesse salvato il suo paese.
“Ho solo tenuto al caldo un po’ di terra”, disse il piccolo ditale.
Gli occhi del vecchio si fecero umidi e anche lui raccontò:
“Dal seme germogliato nella terra che hai tenuto al caldo sta nascendo un albero che darà molti frutti così nessuno al mio paese patirà mai più la fame”.
Venne sera e arrivarono anche le lucciole.
Una si staccò dallo sciame e andò a posarsi sulla spalla del sarto.
“Questa volta io non c’entro!” disse il piccolo ditale. “È lei che è stata gentile con me indicandomi la strada per tornare a casa”.
La lucciola narrò a tutti i presenti che al suo popolo era arrivato il racconto di un piccolo ditale in viaggio verso casa che ovunque era passato, con la sua gentilezza, qualcosa aveva cambiato.
“Una cosa piccola, come un singhiozzo”, disse la farfalla.
“Una cosa grande, come la legge ingiusta di un re”, disse l’omino.
“Una cosa enorme come la sopravvivenza di un popolo”, disse il vecchio.
“Così, quando ti ho visto triste, ho solo pensato a essere gentile”, disse la lucciola.
Il ditale sospirò.
“A essere gentili non si sbaglia mai e questo l’ho sempre saputo”, disse. “Ma che a essere gentili si cambia il mondo, questa è una novità anche per me”.
Sbadigliò e si addormentò accoccolato sul dito del sarto.
E la forbice, il filo e l’ago, vi chiederete?
Anche loro provarono a essere gentili. Se ci sono riusciti è una storia che ancora non so!
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Storia originale di Geppina Sica
Vignette di Filippo Galimberti
