Di solito, tutte le storie iniziano con “C’era una volta”. Di solito, in tutte le storie, c’è una bellissima principessa che, sfortunata o distratta, finisce nei guai per colpa di qualche cattivo.
Di solito, quando tutto sembra perduto, arriva un principe, sempre bellissimo, spesso azzurro, a salvare la principessa dal cattivo. In questa storia non c’è niente di tutto questo: nessuna principessa, nessun principe e nessun cattivo.
Questa storia si svolge in un piccolo villaggio di montagna in riva a un fiume. Il paese è talmente piccolo che nessuno al mondo sembra sapere della sua esistenza.
La città più vicina è a centinaia e centinaia di chilometri e nessuna strada è stata costruita per raggiungerlo.
Ovvio: se nessuno sa che c’è perché dovrebbero costruire una strada per arrivarci? Gli abitanti di questo paesino convivono sereni in armonia e amicizia.
La vita del villaggio procede con tranquillità sino a quando un bel giorno, non si capisce come, arriva un visitatore inaspettato: una strana creatura che nessuno ha mai visto prima.
Questa storia parla di un asino triste e un po’ sfortunato: Pino. Se vogliamo dirla tutta, Pino è anche un gran bell’asino, ma nessuno si accorge di quanto sia bello perché non ci sono altri asini con cui paragonarlo e nel villaggio nessuno ne ha mai visto uno.
Se non è sfortuna questa… Gli abitanti sono molto eccitati da questa visita inaspettata e, dopo un po’ di diffidenza iniziale, la curiosità prende il sopravvento. Il capo villaggio, un ometto basso con un gran nasone rosso, si avvicina alla strana creatura e si azzarda a chiedere:
«E tu chi sei? E cosa sei? Capisci quello che dico?»
Pino, superato lo stupore iniziale, è felice di incontrare qualcuno dopo tanto camminare solitario.
«Mi chiamo Pino e sono un asino! Un somaro!»
«E dimmi» riprende l’uomo «cosa fa di preciso un somaro?»
«Come cosa fa? Fa compagnia ai bambini e aiuta gli uomini nel lavoro. A me piace girare il mondo e poi canto. Sissignore, CANTO! E sono bravissimo! Un giorno diventerò un cantante famoso, per questo mi esercito tutti i giorni. Purtroppo, ora sono raffreddato e non lo posso fare».
I paesani, curiosi, gli offrono di fermarsi almeno sino a quando non si sarà rimesso e potrà cantare per loro. L’asino accetta volentieri e si sistema in una casupola sul fiume al limite del paese.
Le giornate passano lente: tutti amano scambiare due chiacchiere con il nuovo amico. Pino, da parte sua, è felice di parlare con queste persone gentili e passare le giornate esplorando i dintorni.
Dovete sapere, voi che state leggendo o ascoltando questa storia, che il nostro Pino, come tutti gli asini, non è che abbia una voce melodiosa come quella degli usignoli.
Lui, però, è convinto di essere un cantante sopraffino. Quando canta, il mondo, ahimè, si ferma disperato: gli uccellini fuggono lontano, gli animali si rinchiudono nelle tane, i fiori appassiscono, gli alberi perdono le foglie e il sole si nasconde tra le nuvole e se ne infila il più possibile nelle orecchie, per cercare di non sentire quello strazio.
Come ho già detto, però, Pino non se ne accorge. Se non è sfortuna questa…
Ora torniamo alla nostra storia diversa da tutte le altre. Dopo alcuni giorni, alle prime luci dell’alba, il villaggio si sveglia di soprassalto: tutti escono spaventati dalle proprie abitazioni e si radunano nella piccola piazza.
Tutti tranne Pino: il somaro ha iniziato di buon mattino gli esercizi di canto.
Gli abitanti, superato lo spavento iniziale, si avvicinano alla casa sul fiume preoccupati e timorosi nel sentire dei lamenti strazianti provenire dall’interno.
«Signor Pino! Signor Somaro!» urla il capo villaggio bussando alla porta
«Si sente bene? Qui fuori è tutto buio! Va tutto bene? Ha bisogno di aiuto?»
Dato che non ricevono risposta, ma continuano a sentire quei lamenti spaventosi, bussano sempre più forte sino a quando, finalmente, la porta si apre. Pino si presenta con un grosso paio di cuffie in testa e occhialoni neri sul muso.

«Scusatemi, quando canto non sento niente perché sono troppo concentrato. Mi stavate cercando?»
Spiazzati da una simile risposta, dopo essersi guardati con espressioni incredule, gli abitanti consigliano all’ospite di non uscire perché nonostante sia mattina, il villaggio è al buio.
Dopo qualche ora, la giornata riprende serena il suo andare: alcuni timidi uccellini ricominciano a cantare e il sole, dopo essersi liberato con cautela le orecchie da tutte le nuvole, torna a splendere nel cielo.
Anche Pino ne approfitta, ignaro di quanto successo, per fare una delle sue passeggiate. La sera, come sempre, gli abitanti del villaggio organizzano un’enorme tavolata nella piazza dove tutti mangiano e scherzano felici come se nulla fosse successo.
La mattina dopo, però, la situazione si ripete e così i giorni successivi sino a quando qualcuno inizia a sospettare che quanto sta accadendo sia collegato al nuovo ospite, o meglio, ai lamenti che si sentono arrivare ogni mattina dalla capanna dov’è alloggiato.
Pur essendo affezionati al nuovo amico, gli abitanti decidono che così non si può proprio andare avanti.
Dopo una riunione a cui partecipa tutto il villaggio, la mattina successiva, ben prima dell’orario in cui di solito l’asino inizia a cantare, una delegazione formata dal capo villaggio e qualche altro abitante, bussa alla porta del somaro.
Appena viene aperta, l’uomo, con il nasone ancora più rosso per l’imbarazzo, inizia:
«Ehm… senti Pino. Tu sai quanto siamo felici del tuo arrivo. Qualcuno ha notato, però, che tutte le cose strane che accadono da qualche giorno, coincidono con i tuoi esercizi di canto. Ti dispiacerebbe, per cortesia, non esercitarti per un paio di giorni?»
Vista la sincera preoccupazione dei nuovi amici, il povero asino promette che non canterà, anche se gli costerà molta fatica; non riesce proprio a capire come possano chiedergli questo sacrificio, lui che è sempre così pronto ad allietarli con le sue canzoni, lui che vuole diventare un famoso cantante, lui che quando canta si sente così felice.
Arrivata l’alba del giorno dopo, uomini, piante e animali aspettano immobili il finimondo degli ultimi giorni, ma, fortunatamente, non succede nulla.
Tutti si sentono sollevati vedendo il sole che, all’inizio con timore, poi sempre più rilassato, esce da dietro la montagna e si alza lento nel cielo.
Gli uccellini cantano sereni e gli animali pascolano placidi nei campi.
L’unico triste è Pino che passeggia sconsolato per pochi minuti e poi rientra mestamente in casa. Anche la sera, quando tutti si ritrovano in piazza per la cena, si limita a salutare e rincasare immediatamente senza toccare cibo.
Gli abitanti, vedendo l’amico così triste, si sentono in colpa per avergli chiesto di smettere di cantare e passano le serate a cercare una soluzione che possa accontentare sia Pino che il resto del villaggio, ma nessuno riesce a farsi venire un’idea valida.
Il nostro asino, purtroppo, esce ormai pochissimo dalla sua casupola e anche quando lo fa, si limita a pochi passi lungo il fiume senza incontrare nessuno e senza accorgersi di quanto stia succedendo nel villaggio.
Una sera, durante la cena, mentre i commensali parlano e scherzano, Pino si avvicina tristemente alla tavola. Di colpo, tutti smettono di chiacchierare e guardano il somaro.
«Cari amici» inizia mogio «mi avete accolto come fossi uno di voi e mi avete fatto sentire a casa. Il vostro villaggio è il migliore che abbia mai incontrato. È arrivato, però, il momento di ripartire. Siete stati molto buoni con me e per questo vi ringrazio. Vi porterò per sempre nel mio cuore»
Detto questo, Pino si avvia verso l’uscita del paese senza voltarsi indietro. Dopo qualche istante la voce tuonante del capo villaggio rompe il silenzio.
«Dove credi di andare?»
«Riprendo a girare il mondo», risponde Pino, «riprendo a camminare e cantare, ma non dimenticherò mai quello che avete fatto per me!»
«Forse abbiamo trovato una soluzione che potrebbe interessarti», continua fiero l’ometto «inizialmente dovrai spostarti con una delle nostre barche, ma abbiamo quasi finito di costruire il ponte che ti permetterà di spostarti a piedi. Ora è buio, ma se puoi aspettare sino a domani ti faremo vedere».
Un po’ rassegnato, un po’ curioso, Pino pensa che una notte in più non cambierà niente, così acconsente e ritorna tristemente verso la casetta in riva al fiume.
Il mattino dopo, tutto il villaggio si raduna fuori dalla casa del somaro. Lo svegliano, lo fanno preparare velocemente e lo accompagnano a una delle barchette pronte sulla riva.
Spingendolo impazientemente, lo fanno salire e partono verso l’isoletta in mezzo al fiume. Una volta arrivati, gli consegnano solennemente una chiave infiocchettata.
«Questa è la chiave della tua nuova casa» dice fieramente il capo villaggio
«Qui potrai cantare ogni volta che vorrai: abbiamo fatto le pareti spesse più di due metri e messo in mezzo ai muri tanta paglia perché da fuori non si senta quasi nulla. Devi solo provare».
Pino, sul momento, è un po’ frastornato, ma gli abitanti lo spingono verso la porta, così apre con la grossa chiave ed entra. Appena entrato si gira, ma viene travolto dall’incitamento degli abitanti:
«Vai! Forza!» lo incoraggiano «chiudi la porta e inizia a cantare!»
Dopo qualche minuto, iniziano i lamenti ben noti a tutti, ma a volume decisamente più basso.
Sull’isola si forma una grande nuvola e inizia a piovere. Pur soffrendo per lo strazio, tutti si accorgono che in paese, sulla riva poco distante, c’è ancora il sole e i cittadini rimasti guardano curiosi cosa sta succedendo.
Da quel giorno, Pino e gli abitanti del villaggio chiameranno l’isoletta in mezzo al fiume “Isola della pioggia” perché ogni volta che l’asino canta piove a dirotto.
Pino ha finalmente trovato un posto in cui stabilirsi definitivamente e riuscire a cantare ogni volta che lo vuole fare.
Di solito, le storie finiscono con “Tutti vissero felici e contenti”. Anche questa storia finisce nello stesso modo, anche se è diversa da tutte le altre. Se non è fortuna questa…
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Storia originale di Graziano Aldrovandi
Vignette di Filippo Galimberti
